Dappertutto c'eran quadri di autori famosi, tele raffiguranti battaglie o soggetti sacri, busti d'imperatori, di filosofi o di re, statue di personaggi mitologici, e vetrinette contenenti monili, vasellame, arnesi ed oggetti d'antichi tempi. Non mancava qualche sarcofago e (ciò che stupì maggiormente Pinocchio) neppure qualche mummia ben conservata.
L'attenzione del burattino fu subito attratta da un cicerone che illustrava ai visitatori le caratteristiche d'ogni dipinto, d'ogni statua e d'ogni oggetto.
- Guardino, signori, - diceva il cicerone, con lo stile e la cadenza tipici d'ogni cicerone che si rispetti - questo è un busto di Demostene, il più grande degli oratori greci. Osservino la bellezza del piedistallo intarsiato il quale (Demostene e non il piedistallo intarsiato) è l'autore delle famose «filippiche», orazioni pronunciate contro Filippo II di Macedonia, del quale Demostene fu avversario avversissimo.
Pinocchio, osservando che sul sostegno della statua v'erano i numeri 384-322, chiese al cicerone, additandoli:
- E' quello, il prezzo di vendita?
- No, - rispose il cicerone, ridendo.
- Quell'è l'anno di nascita e quello di morte.
- E il prezzo di vendita dov'è?
- Su nessun posto, perchè le statue e i dipinti qui esposti non sono in vendita.
- Sono gratuiti anche quelli?
- Niente affatto. Non sono in vendita, perchè appartengono allo Stato.
- Ho capito, - rispose Pinocchio, che non aveva capito nulla.
Intanto il cicerone continuava:
- Questa è la celebre «Primavera» del Botticelli, un pittore fiorentino vissuto sulla fine del '400. Discepolo di Filippino Lippi e del Pollaiolo, fu uno dei massimissimi artisti del Rinascimento. Ed ecco, - disse poi, indicando, un mezzo busto raffigurante, un vecchio cieco - ecco una statua di Omero, il primo e sommo poeta greco, autore dell'Iliade e dell'Odissea.
- Scusi, - domandò Pinocchio, - mi sa dire come scriveva questo poeta, se gli mancavano le braccia'
- Le braccia - rispose il cicerone - non gli mancavano affatto. Omero era soltanto cieco: egli andava ramingo di paese in paese, declamando i suoi ammirabilissimi versi.
- Ma, le braccia gli mancavano1 - disse Pinocchio ed additò la statua, alla quale per la verità il tempo non aveva conservate nè le braccia nè una parte del naso.
Il cicerone gli spiegò che molte statue vengono estratte dagli scavi con qualche arto mancante; dopo di che, avendo esaurite le sue spiegazioni, chiese agli astanti un compenso per la sua quotidiana fatica. Tutti, tranne Pinocchio, gli diedero qualche moneta, che il cicerone intascò ringraziando.
- Non ci vuol molto, - pensò il burattino - a farsi un bel gruzzolo: basta infilar quattro chiacchere sulle statue, sulle mummie e sui quadri, e tutti s'affrettano a metter mano alla tasca ed a tirar fuori i quattrini.
Entrato nella seconda sala del museo, Pinocchio, senza starci su a pensar molto, s'avvicinò a un dipinto e, indicandolo con disinvoltura, cominciò a far da cicerone.
- Guardino, signori, - disse, mentre i visitatori s'avvicinavano incuriositi. - Questo è il famoso poeta cieco, che girava per le città facendo il pollaiolo. I suoi quadri non si vendono, perchè appartengono allo Stato, il quale dev'essere una gran brava persona perchè l'ingresso è gratuito ed è un vero peccato che il cinema, il teatro, i biscotti con la crema, i gelati e le caldarroste non appartengono anch'essi allo Stato.
I visitatori, dapprima lo ascoltarono con curiosità, poi cominciarono a scambiarsi occhiate e sorrisi di scherno: ma Pinocchio, indicando una mummia, continuò senza scomporsi:
- Guardino, signori, questa mummia. Ammirino il piedistallo intarsiato. Questa è la mummia di Demostene, il famosissimo autore della «Primavera», il quadro che venne chiamato primavera, perchè prima v'era e adesso non c'è più. Tutti sanno che questa mummia, o per meglio dire questo Demostene, fu avversario avversissimo di Filippo Filippini, il quale per la rabbia gli fece tagliare le braccia.
A questo punto, tra le risate e i motteggi degli ascoltatori, intervenne il Direttore del Museo, il quale, avvicinatosi a Pinocchio, gli domandò se avesse la licenza.
- Si, - rispose, pronto, il burattino.
- Ho la licenza elementare.
- Qui non si tratta di licenza elementare, ma della licenza di cicerone.
- Giustappunto, - disse Pinocchio, confondendosi, - quest'oggi l'ho dimenticata a casa.
- Ebbene se l'ha dimenticata a casa - disse il Direttore, che aveva mangiato la foglia, - valla a riprendere. - E, preso per il braccio il burattino, lo mise fuori dell'uscio.
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PINOCCHIO FUTURISTA
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Pinocchio cameriere
Per la sua solita smania di farsi un bel gruzzolo da sperperare in
divertimenti e gelati, Pinocchio un giorno si mise in mente di darsi a
un mestiere: e, poichè per tutti i mestieri occorre saper fare qualcosa,
gli parve che quello del cameriere fosse l'unico adatto a lui che non
sapeva far nulla di nulla.
Si presentò quindi alla Trattoria dell'ossobuco, gestita da un
bravo ometto piccolo e grasso che, col suo enorme berretto da cuoco
cacciato sul capo, stava sempre in cucina a preparare dei gustosi
manicaretti per la sua clientela. Simeone (era questo il suo nome) aveva
un cuor d'oro e si sarebbe fatto in mille per contentare i suoi
avventori, ma la stessa bontà d'animo ch'egli mostrava verso di loro
faceva sì che gli spiacesse infinitamente di ammazzare dei polli o dei
capretti da cucinare per la sua clientela: e, per tale ragione aspettava
sempre che i polli o i capretti morissero di morte naturale, per cui
nessuno mai poteva vantarsi d'aver mangiato alla Trattoria dell'ossobuco un tacchino o un coniglio che non fosse morto di decrepitezza.
Pinocchio si presentò all'oste Simeone, mentre questi arrosolava dei
bellissimi cosciotti di montone, che aveva comperato la mattina al
mercato, non senza essersi prima assicurato che quel montone era morto
di crepacuore in seguito a gravi disgrazie di famiglia.
- In che posso esserti utile, burattino? - gli chiese l'oste, la cui gentilezza verso tutti non conosceva limiti.
- Mi scusi, - disse Pinocchio garbatamente, - avrei bisogno di trovar
lavoro: e, poichè sento una naturale disposizione per fare il cameriere,
vengo a domandarle se ella non sarebbe disposto ad assumermi nel suo
locale...
- Sei già stato cameriere in qualche posto? - domandò l'ometto.
- Finora no, - disse Pinocchio. -
Ma, nella nostra famiglia, abbiamo tutti avuto il bernoccolo del
cameriere. Mio nonno era cameriere, mio padre era cameriere ed i miei
figlioli, quando ne avrò, saranno camerieri.
Abbiamo deciso di fare, della nostra schiatta, una collezione completa di camerieri.
Simeone lo guardò, ammirato.
- Bravo! - disse. - E tuo padre era bravo, come cameriere?
- Non c'era nessuno che lo superasse.
Era così celebre in tutto il mondo che, dalla Cina e dall'Australia,
venivano frotte di viaggiatori al solo scopo di vederlo servire in
tavolo.
- Sei, senz'altro assunto! - disse Simeone. - Però, - soggiunse, dopo
una pausa, - devo subito avvertirti che non ti darò un solo soldo di
stipendio. La mia naturale bontà d'animo me lo vieterebbe, poichè mi
parrebbe di offenderti. Ti accontenterai delle mance, e, quanto al
desinare, mangerai gli avanzi della mensa.
- Accetto, senz'altro! - disse Pinocchio, e si mise subito a servire in tavola.
Proprio in quell'istante un avventore lo chiamò con tono imperioso:
- Cameriere, - disse - questi gnocchi sono molto duri!
- Sì, signore, - disse Pinocchio.
- Ma non capisci che a masticarli, si rompono i denti?
- Se vuole, signore, posso portarle lo schiaccianoci...
- Lo schiaccianoci per gli gnocchi?! -urlò, inferocito, l'avventore. - Riporta subito questo piatto in cucina e dammi la lista.
Pinocchio non se lo fece dire due volte: dopo d'aver portato il piatto in cucina, diede la lista al cliente, il quale disse:
- Dimmi una cosa, burattino: gli spaghetti sono al dente?
- Si, signore, - rispose Pinocchio. - Sono al dente per quegli avventori che hanno un dente solo e sono ai denti per quegli avventori che hanno la dentatura completa...
- Vuoi forse prendermi in giro? - urlò il cliente, inferocito. - Non sai che al dente, vuol dire nè troppo cotto nè poco cotto?
- Si, signore... - rispose Pinocchio, che non aveva capito nulla.
- Bene! disse l'avventore rabbonendosi. - Rinunzio alla minestra, perchè ho molta fretta! Dammi del maiale.
- Maiale1 - disse Pinocchio, senza scomporsi.
- Appunto: ti ho già detto di darmi del maiale!
E Pinocchio ripetè con maggiore foga:
- Maiale!
- Mascalzone! - gridò l'avventore - Come ti permetti di darmi del maiale?
- Signore, - disse Pinocchio, - se le do' del maiale è perchè lei mi ha detto di darle del maiale!
- Ma che razza di trattoria è mai questa! - gridò il cliente, dato alle
furie. - Vado via! in questo locale non metterò mai più piede1 - Ed uscì
brontolando.
Pinocchio ci restò male, ma si consolò ripromettendosi di essere più accorto e servizievole con gli altri avventori.
Da un tavolo, un signore lo chiamò con fare arrogante:
- Cameriere! - disse, indicando il piatto. - Ci sono delle mosche nella minestra!
- Signore, - rispose il burattino, inchinandosi con bel garbo, - se vuole, posso darle lo scacciamosche!
- Lo scacciamosche a me!? - urlò l'avventore, fulminandolo con lo
sguardo. - Ti insegnerò io a prendermi in giro in tal modo, burattino
della malora! In che razza di ristorante sono mai capitato! - disse poi,
prendendo il cappello e il bastone. - Ricorrerò alle autorità
competenti, così saprete con chi avete a che fare! - Ed andò via,
roteando gli occhi dal gran furore.
Pinocchio si guardò intorno, stupito che i suoi modi gentili e premurosi
suscitassero tanta collera; da un altro tavolo un cliente lo chiamò,
battendo il coltello contro un bicchiere. Il burattino si avvicinò
premurosamente a lui.
- Avete fegato? - chiese il cliente.
- Si, signore, - rispose Pinocchio. - A dir la verità, il fegato non è
mai mancato nè a me nè a tutti quelli della mia famiglia. Mio padre si è
sempre distinto per il suo coraggio ed io pure, se capita di fare alle
mani, non sono secondo a nessuno.
- Ti domando, - disse l'altro, che aveva molta pazienza, - se in cucina
c'è fegato. Se ce n'è, portamene una porzione al burro. E portami,
inoltre, delle polpette in umido ed una bottiglia di vino.
Pinocchio capì e si precipitò in cucina. Ne uscì dopo poco reggendo un
largo vassoio, ma nella furia, urtò contro un tavolo, perse
l'equilibrio, cercò di conservarlo aggrappandosi al naso d'un avventore,
fece piovere sul suo capo il mezzo litro di Chianti, e, tra la pioggia
del vino, il grandinare delle polpette, lo strepito dei clienti, gli
urli del padrone, ne nacque un tal putiferio che Pinocchio, per
salvarsi, infilò la porta e se la diede prudentemente alle gambe.
PINOCCHIO E IL MAGO
MEMO MARTINETTI: "PINOCCHIO E IL MAGO. Fiaba "aspirantistica". Roma,
A.V.E. (senza data, ma 1940 - 43 circa). In 16° (cm 16. 5 x 11.8),
pagine 60. Cartoncino editoriale illustrato. Rara fiaba in due atti con
un appendice di canti 'pinocchieschi' con pagine di musica.

PREMESSA «La Cosa più bella del mondo» e «Nel
Regno della Cortesia» devono essere piaciute ai ragazzi, poiché hanno
fatto il giro delle nostre Associazioni. Ciò mi ha tentato a scrivere
questa nuova commediola, che dedico con affetto agli Aspiranti d'Italia.
Esso s'appassionano al genere umoristico-fiabesco e, appena guidati da
una mano esperta, sanno far bene e piacere, non solo ai loro coetanei,
ma anche agli adulti.
Invito i miei amici Delegati Aspiranti a
non spaventarsi, dopo la prima lettura, per il numero dei personaggi e
per eventuali difficoltà di rappresentazione. La fiaba è scritta per le
Sezioni modeste e per i Teatri modestissimi. Con un po' di
intraprendenza si può ottenere un buon effetto.
Ho una sola
speranza: che questo lavoro possa servire a concludere con un ultimo
sprazzo di gioia le Feste e le Sagre apostoliche che gli Aspiranti vanno
celebrando in ogni città per la conquista dei ragazzi d'Italia.
M.M.